Capitale, tanto e inerte. Così l’occidente declina. Oppure no?

E’ molto più probabile che un cittadino francese riesca a guadagnare 50 mila franchi l’anno grazie ai redditi da capitale di una ricca ereditiera sposata per mera convenienza piuttosto che in ragione del proprio mestiere di avvocato (pur quotatissimo). Così almeno valeva nella Francia di inizio ’800, quella descritta in “Papà Goriot” di Honoré de Balzac, in cui il malizioso Vautrin suggerisce perciò al giovane Rastignac di scegliere oculatamente la propria sposa invece che puntare su una laurea in Legge a pieni voti. Il problema è che oggi è sufficiente cambiare la valuta di riferimento (da franchi a euro) e il ragionamento di Balzac regge alla perfezione. In occidente, infatti, sempre di più la ricchezza prevale sul reddito.
17 APR 14
Ultimo aggiornamento: 02:54 | 19 AGO 20
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E’ molto più probabile che un cittadino francese riesca a guadagnare 50 mila franchi l’anno grazie ai redditi da capitale di una ricca ereditiera sposata per mera convenienza piuttosto che in ragione del proprio mestiere di avvocato (pur quotatissimo). Così almeno valeva nella Francia di inizio ’800, quella descritta in “Papà Goriot” di Honoré de Balzac, in cui il malizioso Vautrin suggerisce perciò al giovane Rastignac di scegliere oculatamente la propria sposa invece che puntare su una laurea in Legge a pieni voti. Il problema è che oggi è sufficiente cambiare la valuta di riferimento (da franchi a euro) e il ragionamento di Balzac regge alla perfezione. In occidente, infatti, sempre di più la ricchezza prevale sul reddito: questa la tesi principale di “Capital in the Twenty-First Century” (Belknap/Harvard University Press), il saggio dell’economista francese Thomas Piketty, appena tradotto in inglese e che sta facendo molto parlare di sé sulla pubblicistica anglosassone. “Un libro davvero superbo”, lo ha definito Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, scrivendone lungamente sulla New York Review of Books. “Un libro straordinariamente importante”, ha scritto ieri un commentatore sicuramente meno a sinistra come Martin Wolf del Financial Times. Lawrence Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, ha già annunciato di volerlo recensire. Anche perché la tesi di Summers sulla “stagnazione secolare” del mondo occidentale, che per ragioni strutturali rischia di dover rinunciare per sempre ai ritmi di crescita pre 2008, trova più che una pezza di appoggio nel lavoro di Piketty.

L’economista francese infatti, tra approfondite ricostruzioni storiche e gustosi riferimenti letterari, tra riletture del “Capitale” di Karl Marx e progetti utopici di imposte patrimoniali globali, affronta in maniera tutt’altro che superficiale il tema (popolarissimo) della disuguaglianza. Piketty parla di un ritorno alla Belle Epoque descrivendo l’inesorabile aumento dei redditi da capitale (largamente intesi, dalle rendite finanziarie a quelle immobiliari) rispetto ai redditi da lavoro, una tendenza in corso dagli anni 70 a oggi.

Alla fine del Ventunesimo secolo, sostiene l’autore, torneremo ai livelli di inizio ’900, quando la ricchezza delle nazioni occidentali era pari a 6-7 volte il reddito prodotto dalle stesse. Le distruzioni violente di ricchezza causate dalle due Guerre mondiali, unite a politiche fortemente redistributive che hanno caratterizzato l’epoca d’oro del welfare state, erano riuscite per qualche decennio a ridurre la distanza tra le due grandezze. Ma adesso la predominanza del capitale è tornata a manifestarsi: più in Europa (dove il rapporto tra ricchezza e reddito nazionale è mediamente vicino a 6) che negli Stati Uniti (dove il rapporto è pari a 4). La causa fondamentale di ciò risiederebbe nei diminuiti tassi di crescita dell’occidente, e soprattutto nell’inverno demografico che i paesi europei e il Giappone attraversano. Hanno contribuito poi i processi di privatizzazione massiccia e il boom prolungato dei valori immobiliari e mobiliari. In queste condizioni, la remunerazione garantita dal capitale, cioè dalle varie forme di rendite detenute, diventa estremamente attraente per alcuni cittadini: solo che “quando il tasso di remunerazione del capitale eccede di molto il tasso di crescita dell’economia (come successo per buona parte della nostra storia fino al Diciannovesimo secolo, e come probabilmente succederà di nuovo nel Ventunesimo secolo), allora ne discende logicamente che la ricchezza ereditata crescerà più di produzione e reddito”. Un meccanismo che, come insegnano i romanzi di Balzac e l’invito metodico al matrimonio di convenienza, “genera automaticamente ineguaglianze arbitrarie e insostenibili che minano alle fondamenta i valori meritocratici su cui le società democratiche si fondano”. Il tutto, poi, rallenta a sua volta i ritmi di crescita.

[**Video_box_2**]Se i commentatori anglosassoni, comprensibilmente, si sono concentrati su disuguaglianza montante e stagnazione incombente negli Stati Uniti, va pur notato che l’Italia occupa un posto di rilievo nell’analisi di Piketty. Tra gli otto paesi considerati – Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Canada, Giappone, Francia, Italia e Australia – il nostro detiene per esempio il primato assoluto nel rapporto attuale tra capitale e reddito: il primo è pari a 7 volte il secondo, infatti, secondo le ultime rilevazioni. In Italia, non a caso, il reddito annuo è cresciuto più lentamente che negli altri sette paesi dal 1970 al 2010 (a un tasso medio dell’1,9 per cento); mentre per tasso di crescita demografico il nostro paese è al penultimo posto in classifica (più 0,3 per cento annuo, peggio di noi ha fatto soltanto la Germania con lo 0,2). Una miscela perfetta per garantire il trionfo delle rendite. Con un paradosso aggiuntivo, nota Piketty: “Invece di pagare le tasse per sostenere i bilanci pubblici, gli italiani – quelli in condizione di farlo – hanno prestato soldi allo stato comprando titoli del debito pubblico o asset pubblici, il che ha aumentato la loro ricchezza privata senza accrescere la ricchezza nazionale”. I patrimoni accumulati ed ereditati, sempre più, si rafforzano e si cristallizzano. La distruzione creatrice tipica del libero mercato si ritaglia invece un ruolo sempre più marginale nella creazione di ricchezza. E’ la Belle Epoque in versione italiana, insomma.

Ben più ottimista sulle sorti dell’economia globale è invece Michael Mandelbaum, studioso della Johns Hopkins University e autore di “The Road to Global Prosperity” (Simon and Schuster). Sono quattro le principale ipotesi di studio suffragate nell’agile volume con riferimenti tanto all’attualità quanto alla storia. Primo, la promozione della crescita economica ha ormai sostituito la guerra e la conquista in cima ai pensieri di quasi tutti i leader politici mondiali. Secondo, la legittimità della politica dipende dalla capacità di assicurare prosperità ai cittadini. Terzo, si è definitivamente affermato un consensus globale attorno all’economia di mercato, le cui alternative si sono sgretolate alla prova della storia. Quarto, conterà sempre di più l’avanzamento della tecnologia che continuerà a promuovere l’integrazione economica globale. “Quella che troviamo nel libro – ha scritto il Wall Street Journal – è in ampia parte il punto di vista dell’establishment rispetto all’economia internazionale”. Non per questo meno rispettabile di altri punti di vista. Il “discredito” per le alternative che sono state presentate finora a “globalizzazione e libero mercato” è difficilmente discutibile. Anche se lo stesso Mandelbaum ammette che la strada per la prosperità, pur avendo una mèta certa, non sarà una passeggiata per tutti. E ancora una volta, a differenza che in passato, potrebbero essere gli occidentali a dover attendersi più sorprese.